E’ aumentato tutto” – dice A.

“Troppo “ risponde B, che incalza “Le bollette aumentano e gli stipendi sono sempre gli stessi”.





Ho assistito tante volte a questo tipo di conversazioni, che da domani potrei decidere di ignorare discorsi dove ci si accavalla nel fare confronti tra prezzi in città e piccoli paesi, tra quando si stava meglio e l’inevitabile peggio che dovrebbe ancora arrivare. Ad ogni modo il mio è un semplice “Vorrei, ma non posso”: quello che la gente pensa o dice è il risultato di quella percezione comune su questioni importanti che condizionano le scelte in merito a politiche di investimento e risparmio. In altre parole, il mio pane quotidiano. Alla prima domanda quindi non si sfugge

E’ possibile che tutti i nostri mali siano riconducibili all’inflazione di questi mesi che galoppa (anche) per colpa della pandemia e della guerra in Ucraina?

Per capire quanto abbiamo ragione di lamentarci di stipendi che non aumentano a fronte di prezzi (sempre) troppo alti, dobbiamo esaminare dati certi. A tal proposito, esiste uno studio pubblicato di recente dell’associazione dei consumatori Consumerismo No Profit – e frutto di un’indagine condotta insieme al Centro Ricerca e Studi della Alma Laboris Business School – che ha voluto confrontare il doppio andamento di salari e costo della vita su un arco temporale più vasto.

Traducibile al tempo stesso in un paragone tra due paesi diversi: l’Italia del 2001 – ultimo anno della lira – e l’Italia del 2022 – quindi a distanza di vent’anni dall’adozione dell’euro. Prendendo in esame cento elementi fra beni e servizi – dall’acquisto del pane ai soldi spesi per i trasporti – la ricerca ha confermato tutti i sospetti dell’opinione pubblica. Soffermandosi su una giornata tipo fuori casa, emerge che un italiano nel 2001 spendeva per cornetto e cappuccino serviti al bar il 93% in meno rispetto ad oggi, mentre per un tramezzino la differenza è del 198%. Se in un pomeriggio estivo del 2001 per pagare un cono gelato medio bastavano 1.500 lire in media – pari a 0,77 cent – oggi ne occorrono circa 2,50 euro, con un rincaro del 224,7%. Passare la serata in una pizzeria nel 2022 porta via dalle nostre tasche il 93,5% in più, sempre se la scelta ricade sulla classica margherita.

Muoversi nelle nostre città è diventato incredibilmente più caro, con aumento costante fino ai picchi di questi ultimi mesi. D’altro canto sembra non esistere un’alternativa valida, perché il trasporto pubblico rischia di diventare sempre più un bene esclusivo. In una metropoli come Milano, chi opta per l’autobus spende 2 euro circa per un biglietto, mentre vent’anni fa avrebbe speso appena 0,77 centesimi.

Arriva la seconda e fatidica domanda: cosa è accaduto agli stipendi?

Scorrono le pagine e viene fuori che gli stipendi sono aumentati di circa il 50% negli ultimi vent’anni, passando dai 19.500 euro del 2002 agli attuali 29,300. Vale a dire due sentenze al prezzo di una: la retribuzione media è cresciuta a una velocità indubbiamente inferiore rispetto ai costi di beni e servizi primari. Nell’anno del caro bollette non dobbiamo però cedere al pessimismo e alla rassegnazione.

Corre più urgente l’appello a pianificare il proprio futuro o quello di chi ci sta accanto. Il consiglio è di affidarsi a professionisti che, pur operando in ambito finanziario, non perdono mai d’occhio il confine tra finanza ed economia reale. Un’informazione corretta aiuta a individuare quelle contromisure che, anche in tempi di crisi, possono trasformarsi in opportunità in grado di fare la differenza. Non nell’arco della mia o tua giornata tipo, ma negli anni a venire.